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Attualità e grandi temi | Parlano i Cavalieri del Lavoro

Civiltà del Lavoro N. 2/2026

Gli editoriali

La Federazione e i giovani per gli 80 anni della Repubblica - di Ugo Salerno
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Il 2 giugno 1946 oltre 25 milioni di italiani presero parte al referendum istituzionale da cui nacque la Repubblica. In quella stessa occasione si tennero le elezioni politiche per l’Assemblea Costituente, l’organo elettivo a suffragio universale incaricato di redigere la Costituzione, che sarebbe entrata in vigore due anni dopo, il 1° gennaio del 1948.

Ripercorrere i fatti storici che portarono all’apertura di una nuova fase per il nostro Paese non è un puro esercizio accademico, ma un atto di memoria e un dovere civile per ricordare a tutti noi che il regime democratico all’interno del quale abbiamo il privilegio di vivere nacque dalla volontà di milioni di uomini e donne – queste ultime ammesse per la prima volta a partecipare ad una elezione politica – che dopo la fine della Seconda Guerra mondiale scelsero di intraprendere un nuovo cammino.

Si trattò di un grande atto di coraggio e di fiducia nel futuro, gli stessi sentimenti che guidarono i protagonisti dell’Assemblea nella elaborazione della nuova carta costituzionale. Lo si sente dire spesso, lo hanno evidenziato insigni studiosi, ed è importante ribadirlo: in quel processo si incontrarono e fusero tre culture – la cattolica, la marxista, la liberal-democratica – e da quello sforzo di sintesi nacque la nostra Costituzione, i cui primi dodici articoli, raccolti sotto il titolo di “Principi fondamentali”, esprimono in maniera cristallina quali sono i pilastri della nostra Repubblica: democrazia, uguaglianza, lavoro, pace.

Tutti temi su cui i Cavalieri del Lavoro si sentono impegnati a riflettere e a portare il loro contributo di uomini e donne d’impresa.

Sul tema del lavoro, in particolare, abbiamo puntato i riflettori in occasione dell’ultimo Convegno Nazionale a Firenze perché siamo convinti che le profonde trasformazioni tecnologiche che lo stanno attraversando, unite ai relativi cambiamenti economici e sociali, metteranno alla prova le comunità e le relazioni tra gli Stati.

Oggi le parole dazi e guerre ricorrono nella cronaca troppo spesso e riflettono un clima radicalmente opposto a quello che si respirava all’indomani del varo della Costituzione, che rappresentò per l’Italia l’apertura alla liberalizzazione degli scambi e l’ingresso nel consesso internazionale, due scelte fondamentali che hanno guidato il miracolo economico degli anni ‘60. La Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1951) e la Comunità economica europea (1957) furono tappe fondamentali nella costruzione dell’Unione europea che oggi conosciamo e che ci ha garantito oltre 70 anni di pace.

Ed è proprio in relazione a quest’ultimo fondamento che, oggi, celebrare gli 80 della Repubblica assume un valore e una urgenza ancora maggiori. Teatri di guerra a noi vicinissimi – Ucraina e Medio Oriente – testimoniano che nessuna condizione di libertà e di esercizio dei diritti fondamentali della persona è mai garantita per sempre. Occorre vigilare, impegnarsi, partecipare.

Il Capo dello Stato Sergio Mattarella celebrerà il 25 giugno nell’Aula di Montecitorio l’anniversario della prima seduta dell’Assemblea Costituente con un suo intervento. E per la ricorrenza del 2 giugno ha scelto quest’anno di aprire la Piazza del Quirinale a un grande momento di condivisione popolare, invitando i sindaci di tutti i comuni italiani a fare altrettanto e a chiamare in festa la popolazione.

Come Cavalieri del Lavoro abbiamo sentito nostro preciso dovere sottolineare l’importanza degli 80 anni della Repubblica e accogliere l’invito del Presidente Mattarella. L’onorificenza al Merito del Lavoro impegna noi tutti ad essere non soltanto un esempio di laboriosità, innovazione, spirito di sacrificio e attenzione verso le comunità; ci impegna anche a trasmettere questi valori alle generazioni più giovani, alle migliaia di ragazze e ragazzi che oggi studiano e domani saranno chiamati a dare il loro contributo per lo sviluppo economico, sociale e civile del nostro Paese. Per questo motivo abbiamo promosso alcune specifiche iniziative che ci auguriamo possano ispirarli nel loro cammino futuro.

Ricordare, conoscere, partecipare. Tre azioni fondamentali affinché i diritti che abbiamo conquistato e la pace che abbiamo costruito, a fronte del sacrificio di tante generazioni venute prima di noi, non vengano messi in pericolo ma possano rinnovarsi e sempre rifiorire.

L'Italia nelle crisi geopolitiche - di Paolo Mazzanti
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Viviamo un singolare paradosso: nell’epoca in cui le guerre sono condannate dalla grande maggioranza dei cittadini, almeno in Occidente, i conflitti armati non si riescono a concludere e restano nel limbo di tregue non rispettate. Vale per l’aggressione della Russia all’Ucraina, che dura da oltre 4 anni (più della Seconda guerra mondiale). E vale per la guerra in Iran e Libano tra ultimatum e proposte di pace sistematicamente rifiutate da Washington o Teheran e Gerusalemme.

I costi dei conflitti sono elevatissimi, anche se l’economia globale sembra risentirne per ora solo in parte, soprattutto per il blocco dello Stretto di Hormuz da cui transita il 15% del petrolio e di altri prodotti raffinati, oltre ai fertilizzanti necessari per l’agricoltura.

Questa incapacità di porre fine ai conflitti (neppure tra le due Coree esiste ancora un trattato di pace) è uno dei tratti più preoccupanti del disordine mondiale e della crisi delle organizzazioni multilaterali, a cominciare dall’Onu, che può funzionare nel prevenire o risolvere i conflitti solo se c’è l’accordo delle potenze che dispongono del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia).

Se l’accordo non c’è, come in questa fase, l’Onu è di fatto paralizzato e impotente. Per di più, gli Stati Uniti, che sono stati nel dopoguerra gli architetti del sistema multilaterale (dall’Onu al Fondo monetario internazionale), con il presidente Trump lo stanno attivamente smantellando, preferendo i rapporti bilaterali tra Stati. Ma così facendo rischiano di condannarsi a un crescente isolamento che neppure la prima superpotenza globale può a lungo permettersi.

Non è un caso che Trump sia andato in visita a Pechino, nonostante la Cina sia il principale avversario strategico degli Usa, anche per cercare di convincere Xi Jinping ad aiutarlo a risolvere la crisi iraniana e quella ucraina prima delle elezioni americane di midterm del novembre prossimo in cui rischia di perdere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti.

I Paesi europei e Nato stanno da parte loro valutando l’intervento nello Stretto di Hormuz per garantire la libertà di navigazione. Noi italiani potremmo inviare un convoglio con cacciamine e navi di supporto, ma potremmo farlo soltanto a tregua consolidata, con l’intesa dell’Iran e sotto l’egida dell’Onu per non trovarci coinvolti in operazioni di guerra.

Intanto il governo sta cercando di rilanciare la sua azione economica con misure come il decreto lavoro varato alla vigilia del Primo Maggio e il Piano Casa, che ha l’obiettivo di realizzare 100mila alloggi a canone calmierato in dieci anni e ristrutturare 60mila alloggi popolari. Ma le urgenze economiche sono molte, a cominciare dal caro energia che penalizza imprese e famiglie e rischia di far aumentare l’inflazione e i tassi d’interesse decisi dalla Banca centrale europea. Il che potrebbe farci scivolare in uno scenario economico recessivo.

In questo quadro, le risorse pubbliche a disposizione del governo sono scarse. Per di più, abbiamo mancato nel 2025 l’obiettivo di ridurre il deficit pubblico sotto il 3 per cento (abbiamo chiuso l’anno al 3,1 per cento) per uscire dalla procedura europea d’infrazione, il che ci avrebbe consentito minori restrizioni per la spesa pubblica.

Di fronte alla crisi energetica, determinata dall’aumento dei prezzi del petrolio per il blocco di Hormuz, si invocano interventi europei, a cominciare da un allentamento o una sospensione del Patto di stabilità, come avvenne per il Covid. Ma per ora Bruxelles consente solo una riduzione dei vincoli sugli aiuti di Stato, permette cioè ai singoli Stati membri di sovvenzionare le proprie imprese attingendo al proprio bilancio. Ma questo finirebbe per penalizzare ulteriormente il nostro Paese, che già paga l’energia più degli altri e ha meno risorse pubbliche a disposizione.

Sarebbe necessario attingere al bilancio europeo, per esempio con nuove emissioni di Eurobond – si stima che i mercati finanziari potrebbero assorbirne fino a tremila miliardi – e un piano energetico comune sul modello del Next Generation Eu. Ma per ora i Paesi “frugali” del Nord Europa, a cominciare dalla Germania, non sono d’accordo sull’emissione di nuovo debito europeo.

Purtroppo, nonostante la gestione prudente della finanza pubblica in questi anni, i problemi di fondo del nostro sistema economico non sono stati avviati a soluzione. Siamo tornati alla crescita asfittica degli zero virgola, nonostante i 200 miliardi di investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza; il nostro debito pubblico è ancora in crescita e quest’anno supererà anche quello della Grecia; la pressione fiscale è salita oltre il 43% del Pil; la spesa pubblica veleggia oltre i 1.150 miliardi e nessuno parla più di “spending review”; l’occupazione è aumentata, ma resta sotto la media Ue, soprattutto al Sud e per le donne; i giovani, soprattutto laureati, continuano a lasciare l’Italia perché all’estero trovano migliori opportunità e maggiori stipendi. Il buon andamento dell’export, la buona tenuta della produzione industriale, aumentata dello 0,7 per cento in marzo nonostante i dazi e le crisi geopolitiche, dimostrano che il motore della crescita affidato alle nostre imprese continua a tirare. Ma gli squilibri strutturali rischiano di frenarlo e di non fargli esprimere per intero le sue potenzialità.

Forse il modo migliore di impiegare l’anno che ci separa dalle elezioni del 2027 è quello di chiedere alle forze politiche di elaborare programmi approfonditi per affrontare i nostri squilibri strutturali e consentire a noi cittadini di scegliere il programma che ci sembra migliore per garantire all’Italia una crescita di lungo periodo.

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